Cosa è cambiato ad un anno dalle elezioni?

Questa settimana ha visto decorrere un anno dalle elezioni politiche del 4 Marzo: quando il M5S si stanziò come maggiore partito, collezionando il 32,6% dei consensi contro il 17% della Lega. Passarono ottanta giorni di consultazioni prima che si insediasse il Governo. Ottanta giorni di accordi e disaccordi fra le due anime della maggioranza, Cinquestelle e Lega, ma anche con il Quirinale. Sembrava potesse succedere di tutto, tanto che ci fu il caso Savona, con l’annessa parentesi Cottarelli e la possibilità che l’attuale esecutivo nemmeno nascesse. Poi però l’accordo, il contratto di governo e la nascita a giugno del Governo Conte.

Proporre un bilancio dell’operato del Governo giallo-verde a un anno dalle elezioni -e a poco meno dall’insediamento- può sembrare prematuro. Tuttavia è un periodo sufficiente a ricostruire una direzione, attraverso quelle misure che sono state o meno approvate. E a valutare se quelle istanze di cambiamento – sotto le quali questo esecutivo è nato e si è contraddistinto fin da subito – siano o non siano state rispettate. Come si può dunque misurare l’attività politica del Parlamento e del Governo?

Attraverso le leggi, che sono il vero output dell’attività parlamentare.

Sulla base delle promesse monitorate si può dire che a soli 9 mesi dall’insediamento molte delle promesse sono ancora in corso. Il 43% delle promesse totali infatti non ha ancora completato l’iter parlamentare. Fra queste ci sono il Reddito di cittadinanza, misura bandiera dei Cinquestelle, e Quota 100, ovvero la riforma del sistema pensionistico. Entrambe però votate da poco al Senato si avviano, dopo alcune modifiche, ad essere approvate definitivamente alla Camera. Grazie al cosiddetto “Decretone” è stato possibile far votare più misure in un’unica misura. E questo è un segno di continuità rispetto alla legislature precedenti. Questo Governo, come quelli che lo hanno preceduto, accorpa le diverse promesse per velocizzarne l’approvazione dal Parlamento.

Per quanto riguarda le promesse mantenute, si presentano così come suddivise nel grafico – quindi per partito – e considerando il contratto di governo come a sé stante. Complessivamente il Governo, rispetto alla promesse che monitoriamo, ne ha rispettate il 18%.  Considerando invece i due schieramenti singolarmente, il M5S ha realizzato il 15% delle promesse e la Lega il 22%. Nonostante il tasso di realizzazione sia più alto per i secondi – in proporzione i Cinque Stelle hanno mantenuto più promesse rispetto alla Lega – i primi sono penalizzati dalla mole di promesse ancora in corso e in attesa. Sommandole infatti si nota come compongano il 64% delle totali. La Lega va invece meglio, sotto questo stesso punto di vista, con un 45% di promesse ancora in corso. Guardando invece al contratto di governo – che formalmente ha permesso la nascita della maggioranza – sono state mantenute il 22% delle promesse in esso contenute, mentre solo il 2% delle proposte risulta non mantenuta. Anche qui comunque pesa il numero di quelle ancora in attesa e in corso. Insieme arrivano al 73% delle promesse totali. 

In ogni caso, come risulta da una studio pubblicato da OpenPolis, non manca il ricorso alla fiducia per approvare leggi chiave. Davanti all’approvazione di provvedimenti importanti, come a dicembre il decreto sicurezza, il ddl anticorruzione e la legge di bilancio, l’esecutivo, per non rischiare di andare sotto con i numeri, ha preferito utilizzare la fiducia per favorire la conversione in legge, e quindi velocizzarne l’approvazione. Lo stesso scopo è stato adottato con il “Decretone”, accorpando diverse misure. Il Governo quindi – sia attraverso l’uso della fiducia sia attraverso lo strumento del decreto legge – conferma, da una parte, la volontà di accelerare i tempi per stare al passo con l’approvazione delle promesse, dall’altra invece, il suo ruolo preponderante rispetto al Parlamento.

CheckPoint Promesse

 10/03/2019