Il punto su Lavoro e Pensioni: un’intervista ad Elsa Fornero

Da sinistra: Marco Interdonato, Tito Boeri, Elsa Fornero e Irene Fregonese, ospiti al Festival dell’Economia di Trento.

Nel contesto dell’ultimo festival dell’economia di Trento, la redazione di CheckPoint Promesse ha incontrato l’ex ministro Elsa Fornero. Si è parlato di lavoro e soprattutto di pensioni, vista anche l’attenzione che ha ricevuto la riforma che porta il suo nome. La Lega infatti impostò gran parte della campagna elettorale per le politiche del 2018 sul superamento di questa legge. Superamento che in gran parte poi non è avvenuto.

La riforma Fornero prevedeva sostanzialmente due passaggi: l’estensione del metodo contributivo a discapito di quello retributivo, ritenuto economicamente non sostenibile, e l’innalzamento dell’età pensionabile. La riforma Dini introdusse per la prima volta il metodo contributivo nel 1995. A differenza del retributivo offre pensioni più basse. Non si basa infatti sullo stipendio percepito negli ultimi anni di lavoro, che in Italia è più alto, ma sul calcolo dei contributi effettivamente versati nella vita lavorativa. La riforma, se da una parte, confermò l’innalzamento d’età da 60 a 65 anni, come previsto dalla riforma Sacconi durante il quarto governo Berlusconi, dall’altra, stabilì come i requisisti minimi dovessero essere aggiornati, sulla base dei dati ISTAT, ogni due anni alle aspettative di vita dei lavoratori. 

Il decreto Salva Italia, che conteneva all’art 24 la cosiddetta “riforma Fornero”, fu approvato nel dicembre del 2011 dal governo Monti in un momento particolarmente delicato per l’economia italiana. Fu la prima norma introdotta dal governo tecnico e aveva lo scopo di riformare il sistema pensionistico. Venne definita come un cambiamento necessario per lo stato dei conti pubblici italiani e fu approvata in poco più di un mese dal Parlamento. La riforma però non dedicava attenzione ad alcune categorie delicate: per esempio ai cosiddetti “esodati” coloro che avevano accettato il licenziamento in cambio di aiuti economici fino all’età pensionabile.

« Non abbiamo potuto considerare tutto – ha affermato la Fornero – abbiamo considerato che era importante dare segnali di cambiamento credibili rispetto non genericamente ai mercati finanziari, ma a tutti quelli che sottoscrivono il debito pubblico italiano. Se non trovi chi ti sottoscrive il debito, non sai come pagare gli stipendi pubblici e offrire i servizi alle persone: il Governo non ha la possibilità di emettere moneta. Questo è quello che andava considerato».

A distanza di anni, nonostante la riforma sia stata messa in discussione, rimane tutt’ora il criterio principale del sistema pensionistico italiano. Quindi, nonostante la promessa di realizzare Quota 100 possa dirsi mantenuta, i cardini della riforma Fornero non sono stati toccati. La riforma voluta da Salvini infatti è un regime parallelo e sperimentale, previsto per il triennio 2019-2022, in cui i lavoratori che hanno maturato – con il metodo contributivo – un minimo di 62 anni di età e 38 anni di contributi possono scegliere il pensionamento anticipato.

Per saperne di più leggi il nostro approfondimento su Quota 100.

Per quanto riguarda invece il tema del lavoro, le politiche messe in campo dall’attuale maggioranza certificano il fallimento delle politiche di attivazione del lavoro, adottate dalla stessa ministro Fornero e dal Jobs Act. In questo senso il ripristino della cassa integrazione per cessazione, ovvero la possibilità, in caso di delocalizzazione o cessazione dell’attività di poter riceve la cassa integrazione, è un segnale importante. 

« L’eliminazione – per altro molto graduale, ha affermato la Fornero – della cassa integrazione era uno dei provvedimenti del nostro governo, e si inseriva in un quadro complessivo che tendeva a dire: noi spostiamo le nostre energie nell’integrare questo sostegno con misure di attivazione del lavoro ». A questo scopo si introdusse l’ASPI, ovvero l’assicurazione sociale per l’impiego. Attraverso questo strumento il governo si proponeva di sostituire gli indennizzi per la disoccupazione con politiche di attivazione e di formazione. Questo perché, come afferma l’ex ministro « c’è stato un abuso in questi anni della cassa integrazione, cosi come c’è stato anche per i prepensionamenti e le diverse forme di pensionamento anticipato, perché sono le soluzioni più facili. Non sapendo come creare lavoro, come aiutare le imprese a fare lavoro, si dà qualche soldo alle persone in modo da aiutarle a finanziare i consumi del mese, ma non è la soluzione effettiva. In ogni caso si può quindi dire che il governo ha fatto bene a ripristinare la cassa integrazione, tuttavia rimane una certificazione del nostro fallimento ». L’attuale governo, anche visti gli scarsi risultati delle politiche di attivazione del lavoro, ha deciso di muoversi in modo diverso. Tuttavia i problemi rimangono molti.

Al fallimento di un certo tipo di politiche attive è connesso il fallimento dei centri per l’impiego. Secondo l’ISTAT solo il 3% dei lavoratori ha trovato lavoro grazie a questi. Rimangono in ogni caso al centro del dibattito, soprattutto per il ruolo cruciale che giocheranno nel Reddito di Cittadinanza. Tuttavia sono almeno 20 anni che l’Italia cerca di riformarli, e lo stesso governo Conte infatti intende occuparsene.

I centri per l’impiego sono uffici della pubblica amministrazione a cui è affidata la gestione del mercato del lavoro a livello locale. Dipendono dalle regioni e fino agli anni ’70 la registrazione del lavoratore era obbligatoria. Le imprese infatti si impegnavano a prendere contatto con i centri e in base alla graduatoria assumere il personale indicato. La situazione rimase invariata fino agli anni ’90 quando il governo Prodi approvò il pacchetto Treu. Questa riforma sancì la fine del monopolio pubblico del collocamento. La fornitura del lavoro interinale venne affidata ai privati, purché iscritti in un apposito albo del Ministero del lavoro. Inoltre la creazione di forme di lavoro interinale, come furono il contratto a progetto, introdotto dalla legge Biagi del 2003, e la spinta data dal decreto Poletti ai contratti in somministrazione nel 2014, hanno favorito i centri interinali, andando anche ad influire negativamente sulla contrattazione collettiva a livello sindacale.

« Sono vent’anni che il paese cerca di riformali. Ci hanno provato diversi ministri, ci ho provato anch’io – ha dichiarato la Fornero – ora ci sta provando Di Maio, ma servono le competenze per avere a che fare con uno dei mercati più difficili che esistono. C’è la necessità di politiche macro e anche territoriali che attivino la domanda di lavoro, in modo tale da alimentare il tessuto d’impresa. Inoltre non è che si abolisce la povertà per decreto, non si fa un salario dignitoso – di nuovo – per decreto. C’è bisogno di sufficiente competitività all’interno dell’economia. In modo tale che anche le imprese possano assumere, pagare un salario dignitoso e magari aiutare i lavoratori a riqualificarsi con una formazione permanente. Imporlo per decreto – conclude l’ex ministro del governo Monti – è la soluzione più facile ».

I nostri Marco Interdonato e Irene Fregonese hanno intervistato Elsa Fornero nell’ambito del programma radiofonico di Sanbaradio. Qui potete trovare l’intervista completa