Le sanzioni per chi delocalizza esistono ma non si applicano

Per un lavoratore, così come per un politico che dal suo voto dipende, poche parole fanno paura come “delocalizzazione”: la decisione di un’azienda di spostare in parte o del tutto la produzione all’estero, di solito dove il costo del lavoro è minore. Periodicamente nel dibattito pubblico si ripresenta la polemica. L’ultimo caso in ordine di tempo è stato quello dello stabilimento Whirlpool di Napoli. Il 31 maggio la multinazionale statunitense annuncia di voler riconvertire la fabbrica, attraverso una vendita. In via Argine, periferia Est della città, lavorano 450 persone e la Whirpool lo scorso ottobre si era accordata col Ministero dello Sviluppo Economico per un piano industriale da 250 milioni e la garanzia dei livelli occupazionali e produttivi in Italia.

Lo stabilimento Whirlpool di Napoli. – Fonte: Il Manifesto

La storia è sempre la stessa: una multinazionale è per definizione globale e può scegliere dove operare come meglio crede, anche dal punto di vista fiscale, i lavoratori locali invece no. Lo scorso anno vide ancora protagonista il gruppo Whirpool la vicenda dell’Embraco di Torino, che da un giorno all’altro decise di spostare la produzione in Slovacchia e lasciare a casa 497 persone, nonostante gli affari girassero bene e la società avesse beneficiato in passato di finanziamenti statali: ma produrre in Slovacchia conveniva di più, tutto qui. Sempre in Piemonte c’è stato il caso della Pernigotti in partenza verso la Turchia, poi la Knorr da Verona al Portogallo, la K-Flex dalla Brianza alla Polonia, la svedese Electrolux che ha abbandonato il Friuli per l’Est Europa, per non parlare della Fiat e della delicata situazione di Arcelor-Mittal a Taranto. La lista è lunga ma non lunghissima.

In Europa e in Italia le delocalizzazioni sono in calo

Lo scorso giugno infatti l’Istat ha pubblicato un report sulle delocalizzazioni che testimonia come nel biennio 2015-2017 la tendenza a spostare la produzione all’estero in realtà sia in calo. Hanno delocalizzato solo il 3,3% delle medie-grandi aziende operanti in Italia (circa 700 imprese), a fronte del 13,4% del periodo 2001-2006. Il 69,3% ha trasferito all’estero attività di supporto all’attività principale, il 43,4% direttamente l’attività principale. Il 62% delle imprese lo ha fatto per ridurre il costo del lavoro, le restanti per aprirsi a nuovi mercati. Al tempo stesso però oltre 1000 imprese hanno deciso di fare il percorso inverso e delocalizzare in Italia.

Tabella tratta dal Report dell’Istat “Trasferimento all’estero della produzione 2015-2017”.

Nonostante questi numeri, nessun politico vuole apparire tenero quando si parla di delocalizzazioni. Così era stato ai tempi dell’Embraco per Calenda, che anche di recente ha ribadito la necessità di un decreto sul tema: per contrastare la concorrenza sleale di altri paesi membri dell’Unione Europea, arrivando a definire le delocalizzazioni nell’Europa dell’Est “la vera emergenza nazionale”Luigi Di Maio non ha voluto essere da meno, alzando la voce sulla questione della Whirpool a Napoli, che tra le altre cose è anche il suo principale bacino elettorale.

Le sanzioni contro la delocalizzazione

“E’ finita l’epoca in cui le multinazionali firmano accordi, prendono i soldi dallo Stato e poi fanno quello che vogliono. Revoco i finanziamenti se non manterrà gli impegni presi” si apprestò a twittare, arrivando a firmare in diretta Facebook un atto d’indirizzo a Invitalia, al Ministero dello Sviluppo Economico e al Ministero del Lavoro per dare seguito alle sue parole. Secondo il Vicepresidente del Consiglio, l’azienda americana dal 2014 a oggi avrebbe infatti ricevuto dallo Stato circa 50 milioni. La Whirlpool dal canto suo ha tenuto a smentire di aver disatteso gli accordi, specificando di aver intenzione di trovare una soluzione che garantisca la continuità produttiva e soprattutto i livelli occupazionali, magari individuando un nuovo partner industriale.

Al di là del caso specifico e delle minacce di Di Maio, ciò che è interessante notare è che di strumenti per disincentivare la delocalizzazione delle imprese in realtà ne esistono già e diversi. Già la Legge di Stabilità del 2013, Governo Letta dunque, stabiliva che le imprese beneficiarie di contributi pubblici che avessero deciso di delocalizzare entro 3 anni da quelle concessioni – con una riduzione del personale di almeno il 50% – perdessero ogni contributo statale; con l’obbligo tra l’altro di restituire quanto ricevuto (articolo 1, comma 60).

Luigi Di Maio, Ministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro. Fonte: Rolling Stones.

Il Governo giallo-verde – i cinque stelle in particolare – hanno rincarato la dose, introducendo per la prima volta la possibilità di sanzionare le imprese che delocalizzano dopo aver goduto di finanziamenti pubblici. Il Decreto Dignità del luglio 2018 prevede, per chi delocalizza prima che siano trascorsi 5 anni dal beneficio economico, non solo la sua revoca ma anche una multa dal doppio al quadruplo di quanto ricevuto (articoli 5-7). Tuttavia resta poco chiaro quando si tratti effettivamente di delocalizzazione (non sempre infatti è sinonimo di perdita di posti di lavoro) e quali e quanti benefici fiscali considerare (si contano solo quelli che generano investimenti produttivi?). Inoltre le tempistiche e le modalità delle sanzioni e della restituzione degli aiuti sono stabilite dalle singole amministrazioni: una linea stabilita non esiste.

Un ulteriore forma di tutela per le imprese italiane è presente nel Decreto Crescita, con la possibilità di iscriversi in un registro di marchi storici (esistenti da almeno 50 anni), che sono obbligati a comunicare al MISE le proprie scelte in caso di delocalizzazione ma non è previsto per questo alcuna sanzione né commissariamento (articoli 31-32). Infine penali per le aziende che non rispettano gli accordi presi con lo Stato sono in molti casi già previste dai contratti di Invitalia, la società pubblica che gestisce ed eroga le agevolazioni per le imprese.

La risposta del MISE

Di fronte a questo variopinto quadro legislativo, per avere chiarimenti in merito all’applicazione di queste leggi, CheckPoint Promesse ha contattato il Ministero dello Sviluppo Economico e in particolare la Direzione generale per gli incentivi alle imprese. E la risposta è stata alquanto sorprendente: allo stato attuale non risultano imprese decadute da benefici pubblici né tantomeno sanzionate per aver delocalizzato. Insomma, in materia né le disposizioni della Legge di Stabilità né quelle del Decreto Dignità hanno mai trovato applicazione. (CLICCA QUI PER ACCEDERE AL DOCUMENTO DEL MISE)

La risposta pervenutaci dal MISE a fronte della nostra richiesta di FOIA.

Ciononostante in questo momento al MISE sono aperti ben 158 tavoli di crisi, con il coinvolgimento di 210mila lavoratori secondo una recente stima del Sole 24 Ore. Di questi, un tavolo su cinque riguarda aziende che in parte o totalmente sono state interessate da cessazione di attività in Italia per delocalizzazione all’estero.