Un anno bellissimo: Lavoro

Non esiste programma politico che non metta il lavoro al centro dei propri obiettivi, e da questo punto di vista il Governo del Cambiamento non ha fatto eccezione. E’ stato uno dei temi su cui più si è concentrata l’attività dell’esecutivo, soprattutto nei primi mesi dal suo insediamento. Delle cinque promesse che abbiamo monitorato, ne abbiamo considerate mantenute quattro; l’unica rimasta in sospeso, il salario minimo, sembra però essere sulla buona strada per diventare tale. Gran parte di questi impegni, pur essendo contenuti nel Contratto di Governo, erano riferibili in particolar modo all’ormai ex Ministro del Lavoro Luigi Di Maio e sono nati in netta opposizione al Jobs Act, introdotto dall’attuale partner di maggioranza del M5S.  

A giugno 2018, quando vide la luce il Governo Conte I, il tasso di occupazione in Italia si attestava al 58,7%, mentre quello di disoccupazione era al 10,9%. Numeri che almeno sul fronte degli occupati dopo 10 anni tornavano finalmente ad avvicinarsi al tasso pre-crisi (58,9%), mentre la disoccupazione restava ben al di sopra dei livelli del 2008 (7%). In ogni caso su base annua si trattava di una crescita occupazionale del +1,4%, circa 300 mila nuovi occupati, ma concentrata soprattutto tra i lavoratori a termine; i contratti a tempo indeterminato risultavano infatti in calo (-83 mila).

Tabella tratta dai Dati occupati-disoccupati di luglio 2019 dell’ISTAT

Le promesse sul lavoro

Al fine di intervenire sulla riforma del mercato del lavoro renziana, accusata di aver favorito il precariato, il nuovo Parlamento il 7 agosto 2018 approvò il cosiddetto Decreto Dignità. E proprio sul contrasto al lavoro precario si concentrava uno degli impegni mantenuti presenti nel Contratto di Governo. Il Decreto ha infatti previsto delle limitazioni all’uso del contratto a termine per le aziende e un innalzamento dell’indennità di licenziamento.

Nella stessa legge si affrontava un’altra delle più annose questioni del mercato del lavoro nostrano e non solo: l’occupazione giovanile. Il Decreto Dignità in questo senso ha prolungato fino al 2020 l’esenzione del 50% dei contributi per l’assunzione di under 30, un incentivo già previsto dal Governo Gentiloni per il biennio 2018-2019. A farci considerare mantenuta la promessa di favorire l’assunzione di giovani concorre anche la Legge di Bilancio e la proroga del bonus assunzioni per il Sud al suo interno: una decontribuzione (del 100% il primo anno, del 50% dal secondo e dal terzo) per chi assume giovani disoccupati nel Mezzogiorno. Sempre nella Manovra è finanziato inoltre un bonus occupazionale per le giovani eccellenze, ovvero uno sgravio totale per le assunzioni a tempo indeterminato di laureati o dottorati avvenute nel corso del 2019.

Ancora grazie al Decreto Dignità si deve il rispetto dell’impegno a introdurre uno strumento per la gestione dei rapporti di lavoro accessorio, contenuta nel Contratto di Governo a pagina 29. La legge ha ampliato la possibilità di utilizzare buoni, anche detti voucher, per il pagamento del lavoro occasionale in agricoltura e nel settore alberghiero.

Si deve invece al Decreto Urgenze, in vigore dal 29 settembre 2018, la reintroduzione della cassa integrazione per cessazione di attività; un impegno dovuto “viste le crisi che ci ha lasciato il precedente governo”, dichiarava Luigi Di Maio nell’ormai lontana estate di un anno fa. Una scelta che certifica il fallimento delle misure di attivazione del lavoro degli ultimi anni, come sottolineato da Elsa Fornero in una nostra recente intervista. Nella stessa direzione del resto va il reddito di cittadinanza, nel quale però all’assistenza economica dovrebbe affiancarsi anche una profonda riforma dei centri per l’impiego; gli stessi che nessuno è riuscito a riformare negli ultimi vent’anni e che secondo l’ISTAT hanno trovato lavoro solo al 3% degli occupati.

Nunzia Catalfo, nuova Ministra del Lavoro e delle Politiche Sociali (starmag.it)

Come detto, l’unica incompiuta delle promesse sul lavoro è quella sull’introduzione in Italia di un salario minimo orario, una promessa che comunque avevamo contrassegnato come IN CORSO prima della crisi di governo.  Un disegno di legge in materia era infatti stato depositato in Commissione al Senato e a presentarlo era stata Nunzia Catalfo, senatrice pentastellata da poco nominata giustappunto Ministra del Lavoro.

La proposta prevede un salario minimo di nove euro lordi all’ora e sullo stesso argomento esisteva un ddl anche da parte del Partito Democratico, a firma Mauro Laus, che anzi in passato aveva perfino accusato i cinque stelle di aver “scopiazzato” la sua iniziativa. L’alleanza con i democratici e la scelta di Catalfo al Ministero ci fanno dunque pensare che la proposta possa avere seguito, come del resto ribadito anche da Di Maio nei 10 punti presentati al Quirinale per la formazione del governo giallo-rosso.

I risultati del Governo giallo-verde

A luglio, a più di un anno dalla nascita del Governo Conte I e poco prima della sua caduta, l’ISTAT ha pubblicato i nuovi dati provvisori di occupati e disoccupati. Dati che hanno fatto esultare i componenti della maggioranza pentaleghista: il tasso di occupazione al 59%, il più alto da quando sono disponibili le serie storiche (1977), e quello di disoccupazione al 9,9%, sotto la doppia cifra come non avveniva da sette anni. La crescita nell’ultimo trimestre ha interessato tanto i dipendenti permanenti quanto quelli temporanei e la variazione è positiva per entrambi i generi e le classi d’età.

Dati ISTAT.

Dal 1 giugno 2018 si tratta di un aumento dello 0,39% degli occupati e dello 0,41% per quanto riguarda i contratti a tempo indeterminato. Tuttavia, in numeri assoluti, gli aumenti dell’anno di governo gialloverde sono più bassi rispetto a quelli registrati nel primo anno di Governo Renzi. Inoltre bisogna considerare che con entrambi i governi la crescita ha coinvolto soprattutto gli over 50, mentre la disoccupazione giovanile resta altissima al 31,4%. Allo stesso tempo in un anno di Governo Conte sono aumentati di 67 mila unità anche gli inattivi, coloro che un impiego hanno proprio rinunciato a cercarlo, e non va dimenticato che continua a persistere un enorme divario regionale tra i livelli occupazionali al Nord e al Sud, così come rimane macroscopico il gap di genere (gli occupati uomini sono il 68,1%, le donne solo il 50,2%).

Anche il fatto di essere al di sotto della soglia psicologica del 10% di disoccupazione  non può concedere facili entusiasmi. Il dato resta ben al di sopra dei livelli del 2008 e tra i membri dell’Unione Europea l’Italia fa meglio solo di Spagna e Grecia. In generale sono gli occupati che continuano a crescere molto meno del resto del continente. Questo dato patisce inevitabilmente della scarsa crescita del PIL, stimata a +0,1% nel 2019 e a +0,7% nel 2020: la più bassa d’Europa, l’unica al di sotto dell’1%.

L’andamento del PIL dei 28 Paesi membri dell’Unione Europea (Fonte: EUROSTAT)

Infine i numeri dell’ISTAT sul lavoro non raccontano la qualità di quello stesso lavoro. Non dicono che se è vero che la quantità di occupati è tornata quella pre-crisi, in termini di ore lavorate siamo ancora lontanissimi dal 2008: il 4,7% in meno, che equivalgono a circa 2 miliardi di ore di lavoro in un anno, con il tempo parziale involontario che è raddoppiato negli ultimi dieci anni. Non dicono nemmeno che i salari non sono andati di pari passo con l’aumento dei posti di lavoro: dal 2012 al 2018 al netto dell’inflazione i salari sono cresciuti con una media annuale dello 0,16%, meno di un quarto della crescita pre-crisi (0,62%), che era comunque già molto bassa.

E’ del tutto evidente dunque che, al di là dei risultati parzialmente incoraggianti del Governo Conte I, il lavoro resterà ancora a lungo tra le promesse dei governi avvenire.