Un anno bellissimo: Giustizia

Croce e delizia di tutti i governi che si sono succeduti almeno negli ultimi vent’anni, il tema della giustizia ha visto anch’esso un’attenzione particolare da parte dell’ormai cessato governo giallo-verde; CheckPoint Promesse, infatti, aveva registrato 15 obiettivi dell’esecutivo a cui si aggiungono le due complessive riforme delle procedure civili e penali, su cui invero molto poco è stato fatto: secondo il nuovo titolare della Farnesina di Maio, nella sua intervista da Giovanni Floris a DiMartedì, Salvini ad un certo punto si sarebbe tirato indietro. Si registra, infatti, in uno degli ultimi Consigli dei ministri, il numero 67 del 31 luglio 2019, l’approvazione di un disegno di legge di delega al Governo per la riforma della giustizia sia civile che penale, approvato salvo intese e poi nemmeno trasmesso al Parlamento.

Le promesse che riguardavano a vario titolo il tema della giustizia erano quasi integralmente contenute nel Contratto di Governo e nel discorso al Senato del Presidente Conte, in occasione del suo primo insediamento; in alcune si riconoscono le battaglie storiche del Movimento 5 Stelle, come quelle riguardanti i reati contro la pubblica amministrazione, in altre invece le richieste dei cittadini che sono state ascoltate in particolar dalla Lega durante gli ultimi anni di opposizione, con la legittima difesa in testa.

In totale sono 7 le promesse mantenute, le restanti sono invece rimaste ferme: alcune di queste erano state classificate in corso, in quanto si era avviato un iter – sia esso legislativo o amministrativo – che avrebbe potuto ipoteticamente portare al loro mantenimento, mentre altre sono assolutamente rimaste al palo; nessuna, invece, promessa radicalmente disattesa. Inoltre, molte di queste non hanno richiesto impegni di spesa per essere mantenute: l’unica promessa, delle 15 osservate, che richiedeva al Governo di trovare le coperture era quella sull’aumento dei penitenziari.

La legge Spazzacorrotti

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Fonte: Ufficio Stampa Palazzo Chigi

Le prime tre promesse furono mantenute con il ddl Spazzacorrotti, un disegno di legge governativo fortemente voluto dal ministro Bonafede e dalla pattuglia grillina, approvato definitivamente dal Parlamento il 18 dicembre 2018; con la legge Spazzacorrotti fu mantenuta, innanzitutto, la promessa di innalzare le pene contro i reati corruttivi: fu così inasprito il reato di corruzione, prevedendo delle pene da un minimo di 3 ad un massimo di 8 anni, e quello di appropriazione indebita, portando le pene ad un minimo di 2 anni ed un massimo di 5 anni a cui si aggiunge una multa non inferiore a 1.000 € e non superiore a 3.000 €. La stessa legge ha inoltre inasprito le pene anche per il reato di indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato commessa da un pubblico ufficiale.

La Spazzacorrotti ha però introdotto anche una causa di non punibilità per tutti coloro che, entro 4 mesi dal fatto corruttivo, si autodenunciano e collaborano con la giustizia: ciò, però, con una eccezione, il reato, introdotto dalla ormai famosa legge Severino, di traffico di influenze illecite, il cosiddetto reato dei faccendieri, per cui anche il compagno dell’ex ministro Guidi e Tiziano Renzi erano stati indagati.

Il Movimento si è sempre posto come l’ultimo baluardo in Italia per arginare la corruzione, che costa molte risorse al Belpaese, anche se mai quantificate correttamente: per qualche anno si parlò di 60 miliardi di euro l’anno, ma in realtà la cifra era assolutamente aleatoria, in quanto si basava su un calcolo derivante da una stima fatta dalla Banca Mondiale a livello planetario; questa, infatti, aveva stimato che la corruzione sia quantificabile in circa il 3% del PIL mondiale, e per inferenza era stato fatto questo calcolo, che però la stessa Corte dei Conti italiana definisce assolutamente aleatorio, in quanto, chiaramente, ogni Stato ha le sue peculiarità e quindi le cifre variano, anche sensibilmente da Paese a Paese. Oltretutto, quando si parla di corruzione, non si deve tenere conto del giro illecito di denaro, ma anche tutti mancati introiti per lo Stato nonché le inefficienze causate dai fenomeni corruttivi.

Per questo motivo, il Movimento ha voluto impedire che moltissimi dei condannati per reati corruttivi contro la pubblica amministrazione possano svolgere nuovamente funzioni pubbliche dopo la condanna definitiva: è stata così mantenuta la promessa del “Daspo” per corrotti e corruttori, che consiste nelle pene accessorie dell’interdizione dai pubblici uffici e dell’incapacità a contrarre con la pubblica amministrazione, entrambe a vita, fatte salve le condanne inferiori a 2 anni, ormai praticamente impossibili tenendo conto degli aumenti sanzionatori di cui si è parlato poc’anzi.

Infine, lo Spazzacorrotti ha mantenuto anche la promessa circa l’introduzione dell’agente sotto copertura, fino ad allora utilizzato quasi esclusivamente nelle indagini per i reati concernenti la criminalità organizzata: il Movimento, a dire il vero, durante la campagna elettorale aveva più volte detto che avrebbe voluto l’introduzione addirittura del cosiddetto agente provocatore, una figura che in Italia non è codificata e che incontrava, a livello teorico, molti ostacoli, fra cui l’idea che lo Stato non possa istigare a delinquere.

L’ampliamento della platea per i truffati dalle banche

Fonte: Il Post

Scorrendo cronologicamente gli eventi politici e istituzionali del Governo Conte I, incontriamo la Legge di Bilancio 2019, che per quanto riguarda la giustizia ha mantenuto una promessa che aveva fin da subito trovato l’incontro delle volontà sia della Lega che del Movimento 5 Stelle: il risarcimento dei truffati dalle banche e l’allargamento della platea anche ai piccoli azionisti; la legge più importante dell’anno, come viene definita da alcuni, ha previsto infatti un fondo da 525 milioni l’anno – il FIR, Fondo Indennizzo Risparmiatori – per tre anni, fino al 2021 quindi. Le disposizioni in merito, poi, ampliavano anche la platea, come promesso, ai piccoli azionisti, individuando però come massimo rimborsabile il 30% del valore delle azioni, mentre per gli obbligazionisti subordinati la percentuale sale fino al 95%; il Contratto di Governo, ad ogni modo, indicava chiaramente che l’ampliamento avrebbe dovuto esserci, ma probabilmente in maniera parziale, e ciò comunque risponde pienamente alle logiche del diritto commerciale, per cui esistono vari strumenti finanziari di partecipazione ai capitali sociali a cui si associano diversi rischi: l’azione, per definizione, è lo strumento più rischioso, in quanto collegato direttamente all’andamento della società.

In merito, però, va segnalato che solo l’8 agosto è stato emanato l’ultimo decreto attuativo che permetterà, in maniera pratica e non più meramente teorica, di avanzare le richieste di rimborso agli enti preposti.

La legge sulla legittima difesa

Proseguendo l’analisi delle promesse sulla giustizia del primo esecutivo Conte, arriviamo al 28 marzo 2019, con l’approvazione definitiva da parte del Parlamento di una legge, il cui primo firmatario era il capogruppo leghista al Senato Romeo, molto desiderata e difesa strenuamente dal Carroccio: sebbene l’impronta verde sia notevolmente visibile, entrambe le promesse mantenute vedevano un loro riconoscimento nel Contratto di governo, nelle pagine 22 e 23. Si tratta delle promesse riguardanti l’eliminazione di alcuni elementi di incertezza sulla legittima difesa e l’aumento delle pene; osservando prima di tutto la prima promessa, la legge modifica l’articolo 52 del Codice penale, che prevede appunto l’esimente della legittima difesa: la pattuglia leghista, con l’ex ministro Salvini in testa, avevano fin dalla campagna elettorale promesso una modifica dell’istituto, a seguito di alcuni casi che mediaticamente avevano raggiunto eco molto ampia, anche se poi, numericamente, erano molto limitati.

Massimiliano Romeo, capogruppo della Lega al senato, condannato per le
Il primo firmatario della Legge, Massimiliano Romeo – Fonte: Ansa

Oltretutto, quasi tutti questi casi si erano conclusi con un’archiviazione, e mai con una condanna per eccesso di legittima difesa: ad ogni modo, secondo la Lega era necessario migliorare la formulazione della norma per escludere ogni spazio di manovra per i giudici; in parole semplici, la Lega voleva dire che ogni qual volta un soggetto, di notte, si introduce in una abitazione altrui, se il legittimo proprietario si difende con un’arma, la difesa è sempre proporzionata: questo perché, appunto, prima di questa modifica dell’istituto, il giudice doveva sempre verificare, nell’applicazione della legittima difesa, che la reazione fosse proporzionata all’azione delittuosa e, poche volte, invero, i giudici avevano deciso per una condanna di chi aveva sparato (e quasi sempre la decisione era comunque stata ribaltata nei successivi gradi di giudizio). La promessa, ad ogni modo, è stata mantenuta, in quanto quello spazio di manovra è stato rimosso; il Presidente Mattarella ha comunque, in fase di promulgazione, posto due problemi di natura costituzionale, indicando due norme secondo lui meritevoli di attenzione e revisione da parte del Parlamento: le due norme, seppur toccano la legittima difesa, non entrano nel merito della modifica dell’articolo 52.

Con la legge Romeo, poi, sono stati anche modificate le pene, aumentandole, di reati ritenuti particolarmente odiosi: si tratta del furto in abitazione e dello scippo, puniti ora da un minimo di 4 ad un massimo di 7 anni, della violazione di domicilio, da 1 a 4 anni o da 2 a 6 se commessa con violenza su persone o cose oppure da soggetto armato, e della rapina, per cui è stato alzato solo il minimo a 5 anni o 6, qualora sia a mano armata, tenendo fermi i massimi di 10 e 20 anni.

Il Codice Rosso

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L’ex ministro Bongiorno alla presentazione del disegno di Legge – Fonte: Ufficio Stampa Palazzo Chigi

Veniamo così, infine, all’ultima promessa, mantenuta poco prima della caduta dell’esecutivo: il Codice Rosso, un altro disegno di legge di origine governativa, approvato dal Consiglio dei ministri il 28 novembre 2018, ma poi licenziato dal Parlamento il 18 luglio 2019; questa legge, fortemente voluta dall’ex ministro Bongiorno, che combatte per i diritti delle donne da molti anni, prima di tutto come avvocato – e non avvocata, come lei ci tiene a ribadire. La promessa che il Presidente Conte aveva fatto di fronte alle Camere era quella di inasprire le pene per il reato di violenza sessuale, ma in realtà la legge Codice Rosso si spinge molto oltre, prevedendo anche l’introduzione di nuovi reati – fra cui quello di revenge porn – e di una procedura molto più veloce per l’adozione di provvedimenti protettivi nei confronti delle vittime, al fine di preservare la loro incolumità. Codice Rosso è stata approvata con una maggioranza molto ampia in Senato, nessun contrario e solo il PD astenuto – fatta eccezione per la senatrice Rossomando che ha votato a favore –, anche se bisogna specificare che il partito di Zingaretti ha votato a favore di molti singoli articoli.

Codice Rosso aumenta le pene per la violenza sessuale, da un minimo di 6 ad un massimo di 12 anni, innalzabili ulteriormente a seconda della fascia di età del minore violentato; anche la violenza sessuale di gruppo vede un inasprimento, da 8 a 14 anni. La legge introduce poi ulteriori reati, fra cui il più mediaticamente importante è quello che punisce il revenge porn, e prevede aumenti di pene per altri.

Le promesse rimaste inattuate dopo la crisi di governo – La riforma delle intercettazioni

In 14 mesi di governo non tutte le promesse, chiaramente, sono state mantenute, diversamente non sarebbe potuto avvenire, essendo l’ormai famoso contratto di governo, un accordo per un esecutivo di 5 anni: rimane ferma al palo, innanzitutto, la riforma sulle intercettazioni, che secondo il Contratto di governo avrebbero dovuto essere potenziate; in realtà, il Governo con la Spazzacorrotti ha introdotto semplicemente la possibilità di utilizzare i trojan anche nella lotta ai reati corruttivi puniti con la reclusione non inferiore a 5 anni, senza prevedere un vero e proprio potenziamento e riforma organica.

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L’ex ministro della giustizia Orlando – Fonte: Twitter

Oltretutto, il Governo aveva promesso una riforma organica delle intercettazioni, che sarebbero nelle intenzioni state potenziate, e per questo aveva, più volte – l’ultima nel Decreto Sicurezza bis – prorogato l’entrata in vigore della riforma del ministro Orlando perché ritenuta non opportuna  (secondo le parole dell’attuale Guardasigilli “una riforma folle che proteggeva i politici”): ora che il Movimento ha scelto come partner di governo proprio il PD – seppur senza Orlando ministro – sarà interessante vedere cosa decideranno di fare, ossia se si accingeranno finalmente ad approvare una nuova riforma oppure se l’esecutivo continuerà a prorogarne l’entrata in vigore, attualmente fissata al 1° gennaio 2020.

L’aumento dei penitenziari e l’emergenza sovraffollamento

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Un’altra promessa rimasta inattuata – ma potrebbe essere attuata dal successivo governo, non essendo cambiato il titolare della Giustizia – è quella di aumentare e ammodernare i penitenziari per far fronte all’emergenza del sovraffollamento delle carceri: il decreto Semplificazioni prevedeva delle misure urgenti per l’edilizia penitenziaria e, in attuazione di queste, secondo fonti di stampa, sarebbe stato emanato  a marzo 2019 un decreto interministeriale Giustizia – Infrastrutture concernente il Piano per l’edilizia penitenziaria 2019, che prevede due nuovi istituti – Nola e Forlì – e numerosi ammodernamenti; il decreto, però, attualmente non risulta pubblicato in Gazzetta Ufficiale.

I magistrati in politica

Il ministro Bonafede aveva poi annunciato che la maggioranza avrebbe introdotto delle norme per impedire, per legge, che un magistrato che avesse svolto ruoli pubblici potesse tornare a svolgere funzioni giudicanti o requirenti: il Guardasigilli aveva promesso che si sarebbe partiti da un disegno di legge parzialmente discusso nella scorsa legislatura, ma in realtà nulla di ciò è stato fatto; l’11 aprile, in Senato, è invece iniziata la discussione di un disegno di legge di minoranza, del senatore Caliendo di Forza Italia, in tema: sarà interessante vedere se la nuova maggioranza deciderà di proseguire nell’analisi o di accantonare la proposta.

La riforma – sospesa – della prescrizione

Per quanto riguarda la prescrizione, il ministro aveva promesso “una riforma seria ed equilibrata”, ma fino alla caduta del primo esecutivo Conte il Parlamento aveva votato solo la modifica dell’articolo 159 del Codice penale, sospendendo la prescrizione del reato dalla sentenza di primo grado fino alla pronuncia conclusiva; questa modifica, oltretutto, era stata sospesa nella sua immediata applicazione pratica, essendo stata prevista l’entrata in vigore dal 1° gennaio 2020, dopo un accordo interno all’allora maggioranza gialloverde per varare, prima di tutto, una riforma complessiva del processo penale entro la fine del 2019: secondo la compagine leghista, infatti, la modifica della sola norma sulla prescrizione avrebbe creato degli eterni giudicabili, a causa della lentezza dei processi in Italia. Secondo i dati del Ministero della Giustizia, attualmente in Italia il processo penale di primo grado ha una durata media di 707 giorni, a cui si aggiunge l’eventuale appello e il ricorso in Cassazione: una durata molto lunga, quindi, di quasi due anni, che ha portato la quota verde del governo a chiedere di riformare i tempi della giustizia prima di far entrare in vigore la nuova norma sulla prescrizione.

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Fonte: Ufficio Stampa Palazzo Chigi

In uno degli ultimi Consigli dei ministri, come si accennava sopra, era stato approvato il disegno di legge di delega al governo per la riforma della giustizia, tanto civile quanto penale: il procedimento, quindi, richiedeva innanzitutto un passaggio parlamentare come qualsiasi altro disegno di legge – quindi approvazione del medesimo testo da Camera e Senato – e solo a quel punto il Governo avrebbe potuto iniziare a elaborare la riforma, con tempistiche che sicuramente avrebbero superato – e qualora il nuovo esecutivo deciderà di continuare su questa strada supereranno – la data del 1° gennaio 2020 indicata sopra. Inoltre, il Consiglio dei ministri aveva trovato l’accordo solo sulla riforma della giustizia civile, approvando invece salvo intese le deleghe per quella penale: ora, quindi, toccherà al nuovo esecutivo giallorosso decidere se andare avanti con quello schema o modificarlo.

La riforma del conflitto di interessi

Il Premier Conte, durante il suo intervento alla Camera, aveva promesso anche una riforma del conflitto di interessi, promessa che ritroviamo anche nei 29 punti del nuovo esecutivo, a dimostrazione che il precedente avesse fatto ben poco sul punto: infatti, a parte l’inizio della discussione di due disegni di legge – uno del PD e uno del Movimento – in Commissione Affari Costituzionali della Camera a fine maggio, nient’altro è stato fatto; inoltre, l’avanzamento è in una fase assolutamente primordiale, in quanto la Commissione deve ancora individuare un testo unitario da cui partire per la stesura definitiva da proporre all’Assemblea.

I maltrattamenti degli animali

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Fonte: Ufficio Stampa Palazzo Chigi

Il confermato ministro Costa aveva promesso con un tweet, all’inizio del suo mandato, che le pene per il maltrattamento degli animali avrebbero dovuto essere inasprite: anche su questo tema, però, il Parlamento ha latitato per molto tempo, in quanto solo a giugno 2019 – circa un anno dopo la promessa – è iniziata l’analisi di 5 disegni di legge – presentati da partiti che corrono tutto l’arco parlamentare, da FdI a LeU – per la tutela degli animali; come per il caso precedente, però, l’iter è in una fase molto arretrata, anche perché alcuni di questi disegni si limitano a tutele penalistiche, altri invece si spingono a modificare anche il Codice civile per riconoscere una serie di diritti agli animali, in particolar modo quelli domestici.

 Le promesse in attesa

Due promesse, invece, sono invece state assolutamente ignorate dalla maggioranza gialloverde: la modifica dell’abuso d’ufficio, promessa da Matteo Salvini a fine maggio; oltretutto, il ministro aveva inizialmente promesso una integrale abrogazione del reato, ridimensionando poi però la promessa subito dopo, e incontrando così anche il favore dell’ex Presidente dell’ANAC Cantone. Alla promessa, però, non è seguita nessuna proposta di legge.

La seconda promessa invece era in quota grillina, ed era stata pronunciata dal ministro Bonafede a seguito dello scandalo Palamara: il Guardasigilli aveva promesso una radicale riforma del CSM, tanto a livello di elezione quanto a livello di funzionamento interno, incontrando oltretutto molte critiche da illustri giuristi; anche qui la promessa è rimasta assolutamente ferma, se non per il disegno di legge di delega, approvato sì dal Consiglio dei Ministri, ma poi nemmeno trasmesso alle Camere affinché possano iniziarne l’analisi.