Un anno bellissimo: la recessione tecnica e il prossimo futuro.

Andamento congiunturale e tendenziale del PIL italiano. Fonte: il Sole 24 Ore

In Italia, la crisi economica in corso da più di un decennio rischia di trasformarsi da depressione degli affari e dei mercati a depressione esistenziale. La percezione dei cittadini, delle imprese e degli investitori è quella di trovarsi in uno stato di perenne recessione: di conseguenza, le famiglie risparmiano di più e spendono meno, il livello degli investimenti pubblici e privati cala, e la fiducia nelle istituzioni politiche ed economiche è più bassa di quella dell’URRS degli anni ’90. 

Ma la situazione è veramente così tragica? L’Italia è destinata a rimanere in recessione per sempre?

Per rispondere a queste domande, torniamo indietro di qualche mese. Nel IV trimestre del 2018, l’Italia è ufficialmente entrata in recessione tecnica, a causa della decrescita del suo Prodotto Interno Lordo per un periodo di due trimestri consecutivi, portando la crescita di tutto il 2018 allo 0,8% e interrompendo un trend positivo di crescita del PIL e discesa dei tassi che durava da 17 trimestri. Una performance economica così deludente non si vedeva dal IV trimestre del 2013, all’apice della crisi economica. 

Tuttavia, l’economia è tornata a crescere già nel primo trimestre del 2019, registrando un + 0,2% e un aumento degli occupati e trascinando l’Italia fuori dalla recessione. Una recessione che, pur relativamente breve e leggera, ha proiettato la sua ombra sull’interpretazione della migliorata situazione economica italiana, in ripresa ma stabile nella sua posizione di estrema debolezza in Europa e certamente insufficiente per invertire la tendenza alla crescita del rapporto debito-PIL, cresciuto in media di 1,5 punti all’anno negli ultimi cinque. 

Sebbene i dati dell’Istat riferiti ai primi tre mesi del 2019 lanciassero dei segnali incoraggianti per l’economia italiana, in primis la concentrazione delle 60 mila nuove assunzioni in prevalenza tra le fasce demografiche più giovani e tra le assunzioni a tempo indeterminato, la fiducia delle famiglie e dei consumatori ha continuato a regredire e il mercato interno è rimasto in una situazione di stagnazione.

Inoltre, i dati positivi dell’inizio del nuovo anno sono stati mitigati dall’orientamento euroscettico del Governo (o di una parte di esso) e dalla propensione sovranista e populista dello stesso, che ha preoccupato non solo i leader degli altri Paesi alla guida dell’Unione Europea, ma anche i mercati del vecchio continente. La perenne tensione sottesa e potenzialmente esplosiva tra Roma e Bruxelles, soprattutto in ambito economico, ha allontanato gli investitori dai mercati italiani e ha determinato, a fasi alterne, un vertiginoso aumento dello spread e ondate di vendite dei titoli di Stato. 

La risposta più adeguata alla nostra domanda iniziale è quindi un sussurrato “no”: l’Italia non è attualmente in recessione tecnica, né si può affermare con certezza che sia destinata a ritornarci o a restare per sempre in uno stato di crisi, ma non bisogna trascurare i più recenti sviluppi sia della nostra economia che di quella europea e internazionale.

L’indicatore più preoccupante per un’imminente nuova recessione viene dal rallentamento della Germania, la cosiddetta “locomotiva dell’Unione Europea” in quanto economia più grande e dinamica del continente. I dati della produzione industriale tedesca diffusi il 5 settembre dipingono uno scenario peggiore rispetto alle aspettative. La produzione industriale è calata del 2,7% rispetto allo stesso mese del 2018 e le stime non prevedono una crescita nei mesi successivi: se il PIL dovesse diminuire dello 0,1% anche nel terzo trimestre del 2019, allora la Germania sarebbe in recessione tecnica. La situazione dell’economia tedesca ci riguarda così direttamente perché la Germania è il primo partner commerciale dell’Italia, davanti a Francia e Stati Uniti. Quindi, se il volume delle esportazioni tedesche continuerà a rallentare bruscamente, l’export tra Roma e Berlino seguirà la stessa sorte. 

Andamento congiunturale del PIL in Germania. Fonte: Trading Economics

A livello internazionale, l’arrivo di una nuova recessione è stato anticipato dall’aumento della remuneratività e del fattore rischio dell’acquisto dei titoli di stato statunitensi a breve scadenza rispetto a quelli a lunga scadenza, ovvero dall’inversione della curva dei rendimenti sui titoli di stato: questo trend indica l’incertezza degli investitori americani rispetto al futuro andamento dell’economia.

Questi segnali preoccupanti hanno portato il Fondo Monetario Internazionale a tagliare le sue previsioni sulla crescita mondiale rispetto alle sue stime di aprile e a definire la situazione economica mondiale “delicata”.

Periodi di recessione in 19 paesi europei. Fonte: The Economist

L’incertezza a livello mondiale, rafforzata da problematiche di politica estera e interna quali la potenziale “guerra dei dazi” tra Cina e Stati Uniti e la possibile uscita senza accordo del Regno Unito dall’Unione Europea, contribuisce a creare una sfiducia strutturale verso la situazione economica italiana. Infatti, il 65% delle imprese italiane pensa che il Paese sia in recessione, mentre per l’11% lo sarà fra un anno, rendendo gli italiani il secondo popolo più pessimista in Europa, dopo la Grecia. Solo il 10% dei manager pensa che nel prossimo futuro non vi sarà recessione.

In questo scenario plumbeo vi sono anche degli stralci di luce. La reazione dei mercati nei confronti del nuovo Governo Conte è stata immediatamente positiva, in quanto gli investitori si sono sentiti rassicurati da una coalizione più europeista e, da questo punto di vista, più stabile. Le nomine di Roberto Gualtieri a ministro dell’Economia e di Paolo Gentiloni a Commissario europeo hanno rafforzato la rinnovata fiducia dei mercati finanziari.

È ancora presto per affermare questo nuovo volto “EU-friendly” avrà un impatto duraturo sull’economia stagnante del nostro Paese e se la renderà più credibile come opportunità redditizia per gli investimenti stranieri. Ciò che è certo, però, è che l’Italia non è pronta a tirare un sospiro di sollievo e a lasciarsi completamente alle spalle l’esperienza della recessione.