2019: Odissea nel Mediterraneo – Luci e ombre dell’accordo di Malta

Chi sbarca in Italia o a Malta sbarca in Europa”. O meglio, negli Stati membri dell’Unione Europea che si dimostreranno “volenterosi” e aderiranno all’accordo sulla redistribuzione dei migranti stipulato a Malta qualche giorno fa. 

Per capire meglio di cosa si tratta, facciamo un passo indietro. Lo scorso 23 settembre si è svolto a La Valletta un vertice tra i ministri dell’Interno di Francia (Christophe Castanier), Germania (Horst Seehofer), Italia (Luciana Lamorgese) e Malta (Michael Farrugia), con la partecipazione del Commissario europeo Dimitri Avramopoulos e della ministra finlandese Maria Ohisalo, in rappresentanza del Consiglio dell’UE in quanto detentrice della presidenza europea di turno.

Fonte: Open

Tema dell’incontro è stato la discussione di un nuovo meccanismo di gestione dei migranti che arrivano nei porti italiani e maltesi dopo essere stati soccorsi in mare. A detta dei protagonisti, compresa la neoministra dell’Interno Lamorgese, l’accordo è stato raggiunto in un clima positivo di cooperazione politica e di ottimismo per il futuro, e rappresenterebbe la base per una necessaria riforma del regolamento di Dublino. Tuttavia, l’entusiasmo non è condiviso dai più conservatori, critici di un modello più aperto all’accoglienza, né dai rappresentanti delle ONG e delle organizzazioni umanitarie, che hanno contestato la natura troppo poco innovativa dell’accordo. Tale accordo, che per il momento è solo una bozza, sarà discusso con gli altri ministri dell’Interno durante il Consiglio Giustizia e Affari Interni (GAI) che si terrà a Lussemburgo il 7 e l’8 ottobre, con la speranza di raccogliere l’adesione di numerosi Paesi dell’UE. 

Cosa prevede l’accordo di Malta?

I punti principali previsti dall’accordo sono: 

  • La redistribuzione automatica dei migranti soccorsi in mare su base obbligatoria con un sistema di quote da stabilire secondo il numero di Paesi UE aderenti e il trasferimento dei richiedenti asilo in tempi rapidi, ovvero entro quattro settimane dal momento dello sbarco. In questo caso, per richiedenti asilo si intendono tutti coloro che hanno inoltrato la richiesta, compresi i cosiddetti “migranti economici”, e non solo chi ha già ottenuto lo status di rifugiato. In seguito al trasferimento, lo Stato di destinazione dovrà farsi carico di valutare l’istanza di asilo e di rimpatriare, in caso di assenza dei requisiti, i migranti non aventi diritto. 
  • La possibilità di una rotazione dei porti di sbarco, che avverrebbe esclusivamente su base volontaria e molto probabilmente solo in momenti di particolare pressione.
  • La possibilità di impartire di sanzioni a quegli Stati europei che decidano di non prendere parte al nuovo meccanismo di redistribuzione.
  • Il riconoscimento della necessità di impegnarsi in Europa per la revisione del regolamento di Dublino e per la creazione di un sistema comune e vincolante di gestione dei richiedenti asilo, oltre che il proposito più generale di ridurre ulteriormente l’immigrazione illegale e il traffico di esseri umani tramite la cooperazione e la creazione di incentivi per gli Stati di partenza. 

Le criticità dell’accordo

Nonostante il raggiungimento di questi risultati, l’accordo presenta numerose ambiguità e criticità. 

La più evidente è la sua natura volontaria e temporanea, ribadita più

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Fonte: VOA – Nicolas Pinault

volte nel testo, che affida la sua efficacia alla decisione autonoma degli Stati membri e alla loro volontà, una volta conclusi i sei mesi di validità, di rinnovare l’impegno anche durante i mesi estivi, i più critici. L’ultimo paragrafo dell’accordo, inoltre, contiene una sorta di clausola di salvaguardia che afferma l’accordo può essere sospeso in qualsiasi momento in caso di un sostanziale aumento dei migranti da ricollocare.

Un altro problema molto significativo è rappresentato dalla copertura ridotta dell’intesa, che si limita esclusivamente ai migranti che arrivano nei porti europei dopo essere stati recuperati da navi militari o delle ONG, escludendo quindi tutti coloro che arrivano con mezzi autonomi. Questa previsione limita l’estensione dell’accordo ad una percentuale che si attesta tra l’8 e il 9% del totale dei migranti sbarcati in Italia.

Inoltre, l’intesa riguarderebbe solo il ricollocamento dei migranti soccorsi nel Mediterraneo centrale. Diversamente da quanto accaduto per la maggior parte del tempo a partire dal 2001, nel 2019 la rotta del Mediterraneo centrale è stata quella meno interessata dagli arrivi irregolari: se solo il 13% dei 67.000 migranti irregolari giunti in Europa è sbarcato in Italia o Malta, la maggior parte ha raggiunto l’Europa attraverso la Grecia – 57% del totale – o la Spagna – 29% (dati ISPI), che sono state le grandi assenti del vertice a La Valletta. 

Quest’ultimo punto getta un’ombra anche sulla possibilità della rotazione dei porti di sbarco, in quanto gli unici considerabili “sicuri” oltre all’Italia e a Malta sarebbero quelli spagnoli e greci, che però sembrano essere ancora più saturi. Quindi, la rotazione includerebbe solo la Francia, ma in misura minima, perché i porti francesi sono a giorni di navigazione dalla zona di operazioni di salvataggio, e il soccorso dovrebbe comportare il minor disagio possibile per le persone e la minor deviazione rispetto alla traiettoria razionale.

Fonte: Chris McGrath/Getty Images

Un altro aspetto molto contestato dell’intesa riguarda il mantenimento degli accordi con la Libia e il contestuale rischio di criminalizzazione delle ONG, attraverso l’inserimento dei punti 6 e 9 dell’accordo. Il punto 6 recita “Questo meccanismo temporaneo non dovrebbe aprire nuove rotte illegali verso l’Europa e dovrebbe evitare la creazione di nuovi pull-factor”, ovvero fattori d’attrazione per la migrazione, nonostante non sia mai stato provato statisticamente che un rafforzamento della sicurezza in mare determini un aumento del numero di partenze. Secondo alcuni critici dell’accordo, il punto dovrebbe essere letto più come una rassicurazione per alcuni Paesi che potrebbero temere una linea troppo innovativa rispetto al passato e servirebbe a portare a livello europeo il codice di condotta approvato nel 2017 dal governo Gentiloni, e dal suo Ministro degli Interni Minniti, trasmettendo l’idea di una terza via di apertura moderata all’accoglienza rispetto alla politica dei “porti chiusi”. 

Nel punto 9 si chiede alle navi di soccorso di “non spegnere i transponder, il sistema Ais, di non mandare segnali luminosi o qualsiasi altra forma di comunicazione che faciliti le partenze delle imbarcazioni che trasportano migranti dalle coste africane, né di ostacolare le operazioni di ricerca e soccorso condotte dalle navi delle guardie costiere, inclusa la guardia costiera libica”. In esso risiede un’intrinseca contraddizione tra il requisito che i migranti sbarchino in un porto sicuro – quindi in un Paese tra Italia, Malta, Grecia e Spagna – e l’indicazione non intralciare il lavoro della guardia costiera libica, che li porterebbe necessariamente in un porto definito più volte pericoloso. 

L’accordo raggiunto a Malta giace dunque in un precario equilibrio tra pro e contro, e anche l’opinione pubblica appare nettamente divisa tra più e meno ottimisti. Come quasi sempre accade, probabilmente la verità sta nel mezzo: vedere un rappresentante italiano nuovamente attivo in un vertice europeo nell’ambito della regolazione del fenomeno migratorio è sicuramente positivo e lancia un segnale di discontinuità rispetto all’intransigente parentesi salviniana, ma l’intesa in sé contiene poche novità e risultati non definitivi. Per un verdetto più preciso, bisognerà aspettare almeno qualche giorno per il Consiglio Giustizia Affari Interni, ma soprattutto sarà necessario verificare se questa congiuntura positiva della politica migratoria europea saprà resistere al clima mite della prossima bella stagione e al vento ostile del sovranismo dell’Est.